CULTURAPRIMO PIANOSTORIA

Le antiche osterie di Calerno

un viaggio nel passato alla scoperta delle storiche locande del paese

(di Giorgio Casamatti)

Calerno sembra avere un’innata propensione all’ospitalità se consideriamo che una delle vestigia più antiche presenti sul territorio comunale è l’Ospitale della Commenda, sorto in epoca medioevale per ristorare il corpo e lo spirito di pellegrini e viaggiatori. La crescente importanza della via Emilia nel corso dei secoli fa comprendere come a S.Ilario e Calerno sorgano osterie e locande, spesso con stalle annesse, per ospitare i pellegrini, i mercanti e i viaggiatori che transitavano su questa strada. Alcune di queste sono rimaste attive per secoli, come l’Albergo della Posta a S.Ilario o l’Osteria della Masone a Calerno che, essendo stata aperta nel Seicento, è una delle più antiche della zona. Inizialmente era una locanda con annesse stalle per i cavalli che tra Ottocento e Novecento verrà poi “convertita” in osteria, restando in funzione fin oltre la metà del ‘900. Calerno e le zone del contado erano densamente abitate e quindi sorsero diverse osterie che, come spesso avveniva, erano gestite e frequentate da personaggi particolari e a volte bizzarri che meritano di essere tratteggiati da chi li ha conosciuti di persona, grazie a questo articolo di Pietro Bigi pubblicato sul Gazzettino del 1977.
“(…) quelli della Duchessa ricordano con nostalgia quell’oste Damein (Iotti Nicodemo) che era di un’insofferenza morbosa, rappresentava l’anticortesia in persona ed era conosciuto anche come «al gustos». (…) Se uno aveva fretta lo mandava dalla Vilma (un’altra osteria di fronte a lui). La tavola più grande era riservata a quelli che gli stavano simpatici come suo cugino Bertéin Iòtt (Alberto Iotti), il fratello Pepo (Iotti) il giovane Baful (Alessandro Palmia), ecc. perché con questi discutevano di musica o di politica (…) oppure di belle donne, che per Damien, era l’argomento preferito (…) essendo stato un femminiere impenitente. (…)
Un’altra osteria di Calerno era quella della Bellarosa, gestita dalla Rossa ed Iott(…): La sua clientela era formata, per la maggior parte, da carrettieri (…), ma con la Rossa bisognava rigare dritto; aveva 5 figli, pesava 86 chili, era alta e robusta e se qualche taccagno aveva delle storie lo prendeva per il bavero.
(…) Al Cantone esisteva un’osteria gestita dai Ferraboschi, nominata per le bevute interminabili; infatti i bevitori più incalliti si davano convegno lì. Sopra al locale esisteva un piccolo salone dove, a dispetto del parroco, si ballava il sabato e la domenica, dove la fisarmonica di “Gelosa” snocciolava valzer, polke e mazurke. Poi si esibiva “Cecco” col violino accompagnato da Pino Pellacini con la chitarra. Eravamo entrati nella fase del tango, che alle mamme non piaceva affatto per la lentezza languida di quel ballo.
(…) Dal 1905 l’osteria del Torchio viene gestita dal Ferraroni (…) dove si cucinava il coniglio, la busecca (trippa), lo scarpazzone (erbazzone) e vino genuino. L’insegna era costituita da un bastimento in ferro battuto costruito su misura da Boni Enrico. Un capolavoro di precisione che solo questo artigiano era in grado di fare.
Esistevano a Calerno altre due osterie (…): una quella di Carlo Montanari, poi rilevata e riammodernata da Timmo Ferraboschi, l’altra quella di Marcel Medici”.

Le foto sono state rese disponibili dalla Fototeca Marchiani

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