PRIMO PIANORIFLESSIONI

Un esercito di donne, quelle di un popolo senza Stato: i curdi

È la più grande popolazione al mondo senza uno Stato, 40 milioni di persone divise tra Iran, Iraq, Siria, Turchia e Armenia. Il gruppo più numeroso si trova in Turchia dove costituisce circa un quarto della popolazione. Sono invece oltre un milione e mezzo i curdi della diaspora che vivono in Europa e in Nord America.

(di Claudia Belli) – Nella vasta regione che va dalle pianure della Mesopotamia agli altopiani dell’Anatolia, dalle sorgenti del Tigri e dell’Eufrate alla vetta del monte Ararat si trova il Kurdistan, la terra dei curdi. Un territorio che di fatto non ha legittimità, non è riconosciuto da nessun organismo internazionale. Una regione dimenticata che è tornata di stretta attualità con la guerra in Siria. Il popolo curdo è di origine indoeuropea, la sua storia inizia nel 612 a.C. ed è un susseguirsi di guerre e di conquiste: hanno combattuto contro gli eserciti assiri, sono stati dominati dai persiani per due secoli, sono stati in guerra con i greci, arrivati nella regione con Alessandro il macedone. Il Kurdistan è rimasto sotto il dominio dei romani dal I secolo d.C. fino alla conquista dell’Islam nel 637, poi è stato invaso dai mongoli e dai tartari, dai persiani safawidi e dagli ottomani che sono rimasti fino alla prima guerra mondiale. Da allora, tradimenti, mancati riconoscimenti, calcoli politici hanno portato alla situazione di oggi, quella di un popolo senza Stato. È quindi dopo la fine del primo conflitto mondiale che si determina la questione curda moderna.

La questione curda

Il Trattato di Sèvres (vicino Parigi) del 10 agosto 1920 è l’unico documento giuridico-politico internazionale che prevede la creazione di uno Stato curdo indipendente. Cinque commissioni nominate dalla conferenza di pace di Versailles – tra i Paesi belligeranti nella Prima guerra mondiale – erano state incaricate di scrivere questo trattato. Il Trattato di Sèvres non fu mai ratificato dai Paesi partecipanti, a parte l’Italia. Vi erano ancora contrasti tra la Gran Bretagna e gli altri alleati. Nel 1923 gli alleati firmarono il trattato di Losanna, che sostituì in pratica quello di Sèvres e cancellò il Kurdistan dalla carta geografica della regione e così la questione curda, limitandosi a sollecitare la Turchia, il Paese con la comunità di curdi più numerosa, al rispetto dei diritti culturali e religiosi delle minoranze. Da allora le varie comunità curde, in ognuno degli Stati in cui sono divise, reclamano la propria indipendenza o almeno un’autonomia.

In un mondo ormai fondato sul modello di Stato – Nazione, i curdi, hanno subito la dominazione del gruppo etnico maggioritario. In Turchia, dal 1924, tutte le organizzazioni politiche e religiose, tutte le scuole e le pubblicazioni curde sono vietate. Le rivolte sono represse con estrema durezza e sfociano in massacri e deportazioni verso l’Anatolia centrale. In Iran, i curdi possono parlare la loro lingua ma vi è un rifiuto categorico della loro autonomia. Nessuno degli stati Turchia, Iran, Iraq, Siria, può vedere costituirsi una valida autonomia nel Kurdistan geografico, né prendere in considerazione un federalismo. I curdi sono circa 25 milioni nei quattro paesi, di cui la metà in Turchia. Nessuna istanza internazionale interviene per protestare e condannare l’atteggiamento di Stati che, in modo palese, violano diritti collettivi elementari, come il diritto all’identità e alla trasmissione di una cultura che dovrebbero essere considerati imprescrittibili.

La letteratura orale curda utilizza il kurmangi; questa letteratura è abbondante ed è stata raccolta e tradotta da molte generazioni di orientalisti prima e dopo la prima guerra mondiale. Numerosi poemi popolari, leggende ed epopee, sono state raccolte prima che la loro trasmissione divenisse frammentaria. Numerose le poesie curde, cariche di amore, di patriottismo e di rassegnazione alla morte.

 Il ruolo centrale delle donne curde nelle zone più calde e martoriate del Medio Oriente.

 Da quando cinque anni fa è scoppiata la guerra in Siria, le pagine dei giornali occidentali si sono riempite dei volti fieri delle combattenti curde. Lo stupore iniziale dei giornalisti e del pubblico per queste giovanissime in mimetica e scarpe da ginnastica, si è trasformato talvolta in curiosità eccessiva, in un sentimento lontano da una profonda consapevolezza dell’orrore della guerra. D’altro canto, però, è anche grazie all’interesse nato attorno a loro se la causa curda, ignorata per decenni, adesso è conosciuta in tutto il mondo. “Noi vogliamo vivere in autonomia e insieme alle altre minoranze. Non vogliamo uno stato etnico. Vogliamo continuare a vivere come abbiamo sempre fatto insieme a cristiani, turcomanni, aziri, armeni, ebrei. La nostra è una terra per tutti. È questo che dà fastidio”, aveva dichiarato Nilufer Koc, co-presidente del KNK, il Congresso Nazionale Kurdo, organismo che raggruppa tutti i partiti curdi nei quattro Stati. Invece di migliorare però, in questi ultimi cinque anni la vita dei curdi è peggiorata. È proprio il KNK a denunciare gli omicidi che avvengono quasi quotidianamente in Turchia: dall’agosto 2015 si contano più di 700 morti tra i civili, nel silenzio quasi totale della stampa internazionale e nel disinteresse dei governi europei che, incuranti di questi massacri, hanno siglato un’intesa con il governo turco per il controllo dei flussi migratori, un accordo giudicato da Amnesty International “un colpo di proporzioni storiche ai diritti umani”.

Non va meglio in Siria dove, in continuità con le violenze inflitte al popolo curdo da Assad, avvengono ogni giorno omicidi e stupri etnici, perpetrati sia dai miliziani di Daesh che dall’esercito di liberazione siriano, 30mila solo nel biennio tra il 2009 e il 2011.

Anche la storia dei curdo-iracheni è stata segnata da violenze di ogni sorta soprattutto fino alla caduta del regime di Saddam Hussein, acerrimo nemico del popolo curdo e fautore di massacri passati alla storia come l’attacco chimico di Halabja in cui morirono oltre cinquemila curdi. Le donne curde, con la loro mimetica e la forza che le distingue, sono ogni giorno in prima linea contro la sopraffazione del loro popolo e le violenze personali che subiscono. Alcune imbracciano il fucile, altre insegnano sotto le bombe, altre ancora assistono quelle che hanno subito traumi durante la guerra dentro e fuori i campi profughi. Altre conducono ricerche e fanno pressioni sui governi affinché si occupino anche della sorte di donne e bambini invece di considerare gli stupri e la tratta di esseri umani solo come danni collaterali del conflitto.

Appare complicato, con una guerra ancora in corso e un clima di diffusa instabilità politica in vaste aree del Medio Oriente, pensare ai curdi come ad un unico popolo che aspira ancora alla riunificazione e ad uno stato unitario. Diversa è la storia delle rivendicazioni curde nei quattro stati in cui vivono, diverse appaiono oggi le istanze e le soluzioni proposte. Dilar Dirik e Ala Ali, entrambe curde ma di origini diverse per storia politica ed età anagrafica, raccontano il ruolo centrale delle donne curde nelle zone più calde e martoriate del Medio Oriente, sono convinte che è impossibile costruire alternative di libertà e pace se le donne non stanno al centro dei processi di autodeterminazione e di cambiamento, se non vengono considerate attrici cruciali per porre fine alla guerra e allo strapotere maschile ancora forte in molte società medio orientali, e non solo là. Servono le donne anche per abbattere il muro più resistente, quello del patriarcato, che sta ancora in piedi nonostante le bombe e i proiettili.

In tutte le atrocità descritte, sembrerebbe non esserci spazio per la poesia e la letteratura, ma non è così: i curdi hanno trasmesso una poesia di alta qualità, non solo ottima poesia epica ma anche una raffinata poesia d’amore, spesso composta da donne che, con i loro versi delicati, aprono uno spiraglio prezioso su una cultura lontana.

Appuntamento durante la tregua

Mi dispiace molto, o essenza d’amore,

donna a cui la guerra ha strappato la sua verginità,

mi dispiace amore mio,

mi dispiace per il caos che le mine hanno lasciato

dentro me, mi dispiace per la desolazione

e per averti trascurato anche questa sera

e per ogni serata effimera passata

sul dorso dei proiettili, ti chiedo perdono.

La nostra serata si è conclusa

e abbiamo sentito che la tregua tra i soldati è cessata.

Le ho raccontato la guerra, l’ingiustizia e il buio,

le nostre sventure, le morte speranze e la prigione,

le ho raccontato della coscienza degli indifferenti.

Ma ho dimenticato di dirle che la pace al tempo delle armi

arriva solo quando la incontro,

che gli accordi per fermare la guerra non mi interessano

quando sono con lei.

Le ho raccontato la crudeltà di chi governa

e la follia di chi decide nel nostro paese,

le ho raccontato del popolo curdo affannato e perduto

e di alcune città scomparse,

delle trecce e delle madri bruciate e degli uccellini seviziati,

ma ho dimenticato di baciare la sua mano

e di cambiare dito all’anello d’argento,

ho dimenticato di sfiorare il suo polso, la mia seconda patria,

ho dimenticato di dire che nei tempi dell’inferno

l’umanità intera è invecchiata ma la sua femminilità soltanto

è rimasta fresca.

Mi dispiace per la nostra serata, perdonami,

ma non perdonare chi ha annunciato la fine di una breve tregua.

Non importa,

riflesso dei bei tempi perduti, aspetterò la tregua futura

e ti prometto che al prossimo appuntamento non perderò

l’occasione per dirti quanto sei bella, bella ed emozionante

anche al tempo dei vigliacchi.

Hisam Allawi

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