POLITICAPRIMO PIANO

Guerra in Ucraina: come si è arrivati a questo? E come uscirne?

La nostra intervista esclusiva ad Elena Montecchi, già Sottosegretaria di Stato dal 1996 al 2001 e dal 2006 al 2008, profonda conoscitrice delle realtà politiche e sociali dell'Europa orientale

(di Giordano Colli)

In queste settimane siamo stati tutti investiti dalla drammatica accelerazione della crisi Ucraina e dal precipitare degli eventi. Prima la crescente preoccupazione, poi lo sconcerto di fronte alla reale possibilità di una guerra in Ucraina, combattuta ad ampio raggio sull’intero territorio di un Paese sovrano. Siamo rimasti increduli di fronte all’invasione militare pianificata da uno Stato, la Russia, verso un altro Stato confinante. Ci siamo posti domande, ascoltato tante riflessioni, anche molto divergenti. Non siamo più abituati – fortunatamente – all’idea di una guerra in Europa. Nè all’idea che un conflitto regionale possa deflagrare in una guerra continentale di vasta scala, o peggio. Ma come si è potuti arrivare a questo? Quali le origini di questa drammatica situazione? Quali sono le responsabilità? Cosa può fare l’Europa? E soprattutto, come possiamo uscirne? Abbiamo cercato di approfondire tutto questo attraverso un punto di vista privilegiato, in un lungo colloquio con Elena Montecchi, ex parlamentare reggiana, profonda conoscitrice delle realtà politiche e sociali dell’Europa dell’Est. Sottosegretaria di Stato dal 1996 al 2001 e dal 2006 al 2008, Elena ha partecipato alle missioni di cooperazione inter-parlamentare in Cina, Argentina, Cile e ad una lunga missione internazionale in Afghanistan nel 2005. Si è occupata delle violazioni dei diritti delle minoranze etnico-linguistiche e religiose nei Paesi dell’Europa Orientale. Ha collaborato con i Ministri degli Esteri, della Difesa e degli Interni all’attività di coordinamento tra Governo e Parlamento in merito alle operazioni militari NATO in Serbia/Kosovo e alla Missione Arcobaleno nel 1999, iniziativa del Governo italiano per aiutare i profughi albanesi durante la guerra del Kosovo in fuga da quella regione. Il nostro colloquio con Elena Montecchi è del 7 marzo, consapevoli che la situazione si evolve e muta di giorno in giorno, di ora in ora.

Elena Montecchi, ex parlamentare e membro del Governo Italiano dal 1996 al 2001 e dal 2006 al 2008

Elena come possiamo descrivere nei fatti la situazione attuale? E come possiamo inquadrare nella storia recente dell’Est Europa ciò che sta accandendo ora?

Il 24 febbraio l’Ucraina è stata invasa dall’esercito russo. Ai nostri occhi occidentali la possibilità di una guerra pareva impensabile, nonostante gli avvertimenti lanciati dall’intelligence americana, ma per gli ucraini l’attacco era una possibilità concreta perché il conflitto con la Russia iniziò otto anni fa nel Donbass. Il consolidamento del potere di Vladimir Putin nella Russia post Eltsin è stato supportato da molteplici azioni belliche dirette o indirette, quasi tutte giustificate con la “necessità” di tutelare le minoranze russofone o dalla lotta contro il terrorismo (Cecenia). L’elenco delle aree occupate militarmente dai russi è lungo: Ossezia del Sud, Abcazia, Transnistria, una striscia di terra che divide la Moldavia dall’Ucraina e che conserva i più grandi depositi di armi della quattordicesima Armata dell’ex Unione Sovietica. Inoltre, è acclarato il ruolo della Russia durante la prima e la seconda guerra (2020) nel Nagorno-Karabakh, la Repubblica dell’Artsakh, teatro di scontro tra l’Armenia e l’Azerbaigian e oggetto di impegno sotterraneo della Turchia e dell’Iran, nel cui territorio vive una minoranza di circa 16 milioni di azeri. I Paesi e le aree del Caucaso settentrionale sono già sotto il controllo della Russia e da circa dieci anni a questa parte si sta giocando la partita nel Caucaso meridionale.
La tutela, anche militare, dei russofoni, ovunque essi vivano, è parte integrante dell’ideologia “dell’Eurasia” della quale Alexander Dugin, un filosofo reazionario riverito anche da qualche esponente dei partiti sovranisti italiani, è uno dei principali fautori. La Russia, l’Asia Centrale, il Caucaso e l’Europa dovrebbero essere un “polo” alternativo al sistema istituzionale democratico occidentale, egemonizzato dal liberalismo di stampo anglosassone. Per Dugin, e per Putin, le società aperte, i difensori dei diritti umani, la fedeltà ai valori dello stato di diritto non sono la forma più avanzata di convivenza civile, ma una condizione di decadenza. La difesa della lingua “madre”, del conservatorismo religioso, di quei valori da cui originerebbero le identità immutabili delle nazioni, insieme al superamento del comunismo, del liberalismo e del nazismo, sono le stelle polari di questa ideologia, peraltro condivisa e sostenuta dal Patriarcato russo-ortodosso. D’altra parte, il sermone di plauso alla guerra del Patriarca Kirill era pieno di disprezzo verso le libertà “occidentali” che, a suo dire, portano alle “parate dei gay”.
Il solco ideologico tracciato da Dugin è stato parzialmente rappresentato in una parte del primo discorso di Putin con il quale motivava con presunte ragioni storiche la ricostruzione della “Rus” di Kiev, e con una pretesa necessità di difendere i cittadini russofoni e il popolo russo dal pericolo di una Ucraina dipinta come un Paese nelle mani dei “nazisti”.

Si leggono tanti commenti sulla “cyber-guerra informatica” e sui finanziamenti mirati messi in campo in modo massiccio dalla Russia verso molti Paesi occidentali. Sta avvenendo in modo sistematico e pianificato?

Da circa quindici anni i russi hanno messo in atto diverse tecniche della cosiddetta “guerra ibrida”, ovvero un insieme di forme di aggressione non militari nei confronti dei Paesi sovrani.
Queste pratiche hanno coinvolto molti Paesi europei e gli Stati Uniti. In Francia, in Germania, in Inghilterra e in Italia sono in corso inchieste giudiziarie sui finanziamenti e i sostegni concessi dai russi a tutte le forze politiche apertamente contrarie all’Unione Europea. Inoltre, grazie alla finanza russa, in Europa occidentale e in Polonia, si sono insediate testate on-line e fonti di propaganda che hanno manipolato l’opinione pubblica e che hanno contribuito ad incrementare il dissenso nei confronti dell’Unione Europea e a condizionare gli esiti elettorali, come è accaduto in Gran Bretagna con il referendum per l’uscita del Paese dall’Europa. Questi sono fatti accertati, non sono false informazioni. Nel momento di maggior crisi e debolezza dell’Europa, causate anche dalla miope politica di austerità, la Russia ha avuto un ruolo importante nella promozione dei partiti “sovranisti” di diversi Paesi. L’offensiva del Presidente russo contro l’Europa si è esercitata anche nei Balcani, attraverso i rapporti di “fratellanza” con la Serbia e con i nazionalisti filoserbi di due precarie Repubbliche della ex Jugoslavia: il Montenegro e la Bosnia-Erzegovina. In Bosnia le provocazioni secessioniste del leader serbo-bosniaco Milorad Dodik sono all’ordine del giorno. La sua ultima minaccia di costituire la “Repubblica indipendente slavofona” denominata “Srpska”, reca la data del 30 novembre 2021. Nel corso di una intervista rilasciata al quotidiano “La Repubblica”, Dodik ha dichiarato che “Putin è un amico che ascolta e comprende le nostre istanze”.

Quanto ci rigaurda, direttamente, il conflitto in Ucraina?

Ci sono mille ragioni per sostenere che la guerra in Ucraina ci riguarda da vicino. E non solo perché nel cuore dell’Europa si stanno accerchiando e bombardando le città di uno Stato sovrano e ci sono violenze, morti e profughi. In questi giorni è emerso nitidamente il fatto che la dipendenza italiana e tedesca dalle fonti energetiche russe rappresenta un problema strategico di sicurezza per i nostri Paesi. Le classi dirigenti italiane hanno per troppo tempo sottovalutato la questione della ricerca sia di fonti energetiche nazionali, sia di fornitori alternativi alla Russia. Ora stiamo tentando faticosamente altre strade, ma lo stiamo facendo inseguiti dagli orrori della guerra.

Le responsabilità delle tensioni con la Russia e con le popolazioni russofone stanno tutte da una parte soltanto?

È indispensabile valutare lucidamente il complesso contesto nel quale stiamo vivendo, per comprendere quali sono le responsabilità, e per valutare quali sforzi diplomatici i Paesi possono introdurre per fermare la guerra.
Ma dobbiamo anche lavorare per evitare i sentimenti di odio e di risentimento verso il popolo russo. Senza dubbio ci sono stati errori e sottovalutazioni su quanto è accaduto in Russia e nei Paesi caucasici nell’ultimo trentennio. La dissoluzione del mondo sovietico (1991/1992), non è stata la “fine della storia”, la vittoria, una volta per tutte, della democrazia sul comunismo.
È crollato rovinosamente un sistema insostenibile, che ha dato esiti politici, istituzionali ed economici differenti da Paese a Paese. Anche chi si è integrato pienamente nell’Unione Europea non sempre ha assunto i temi fondamentali della libertà e dei diritti individuali come caposaldo concreto dell’azione dei Governi. Infatti l’Unione ha sanzionato la Polonia e l’Ungheria per le plateali violazioni dei loro stessi principi costituzionali. Ma, nello stesso tempo, ha troppo spesso taciuto sulle discriminazioni operate, ad esempio, nei Paesi Baltici ai danni, in particolare, dei cittadini di origine russa.
Del resto, la richiesta di adesione di moltissimi Paesi orientali all’Unione Europea è il frutto di un sentimento duplice: la volontà di essere parte di una grande area integrata economicamente, basata su dei principi comuni e la paura verso la Russia. La memoria della strage di Katin, con più di mille militari polacchi massacrati dall’Armata Rossa durante il secondo conflitto mondiale, l’invasione dell’Ungheria nel ’56 e della Repubblica Ceca nel ’68, sono tratti costituivi della storia dei popoli dei paesi dell’Est, sui quali si innesta l’azione dei politici nazionalisti che spinge verso l’odio contro i russi. Queste pressioni e questi timori hanno motivato diversi Paesi a richiedere la protezione dell“l’ombrello della NATO”. Non c’è stata una pervicace volontà degli americani di assediare la Russia; piuttosto c’è stata una allarmata richiesta dei Paesi Baltici, della Romania e della Polonia per una tutela difensiva da parte della NATO.
Uno degli errori della politica estera americana è stato, semmai, l’abbandono di una articolata strategia di relazioni con la Russia, a causa di evidenti errori di valutazione strategica. Durante la Presidenza Obama si considerò la Russia alla stregua di una media potenza regionale con un raggio limitato di azione. Per gli americani le insidie provenivano dalla Cina e non dal Donbass o dalla Crimea. Un grave errore.

L’Ucraina chiede di entrare nella NATO. E’ questo il vero motivo dell’invasione?

Nel 2019 il Parlamento ucraino ha inserito nella propria Costituzione gli obiettivi dell’ingresso del Paese nell’Unione Europea e nell’Alleanza di difesa atlantica. È noto che, in entrambi i casi, le procedure di accettazione di un Paese sono piuttosto lunghe e complesse. Inoltre, per quanto riguarda la NATO, da tempo diversi Paesi parte integrante dell’Alleanza hanno manifestato perplessità e contrarietà sull’accoglienza dell’Ucraina. Il Presidente Putin conosce benissimo lo stato delle cose e durante tutti i contatti diplomatici intessuti prima della invasione, è stato ribadito che l’adesione di quel Paese all’Alleanza “non è all’ordine del giorno”. Ma, nonostante ciò, quella pretesa “adesione” è ancora uno dei principali pretesti usati da Putin per sostenere la sua guerra “difensiva”.

Come si stanno comportando l’Unione Europa e il Governo Italiano? C’è uno spiraglio per la diplomazia?

La strada per una soluzione di pace è impervia e densa di incognite. Nei giorni che precedettero l’invasione, i contatti diplomatici tra la Russia e i premier dei Paesi europei sono stati intensi, ma non hanno prodotto alcun risultato positivo. L’Unione Europea dopo l’invasione ha operato con saggezza e con la logica politica del rispetto dei trattati internazionali, delle regole, del diritto. È intervenuta unitariamente utilizzando la leva di un primo pacchetto di pesanti sanzioni e ha chiesto ai Parlamenti nazionali di deliberare degli aiuti, anche militari, ad un Governo legittimo e ad un esercito di un Paese occupato. In un contesto di guerra è fondamentale mantenere inalterati tutti i capisaldi giuridici che regolano la vita tra le Nazioni. Non si “costruisce la pace” con la diplomazia se si violano le regole, se ci si comporta come banditi.

Il nostro Governo, giustamente, ha assunto una posizione condivisa con tutti i Paesi dell’Unione a proposito del rifiuto di garantire la “no fly zone” nei cieli dell’Ucraina. Se si fosse accettata la richiesta del Presidente Zelensky, saremmo entrati nel gorgo pericoloso di una guerra mondiale.
L’Italia ha poi chiarito che è un reato, per i cittadini italiani, partecipare direttamente a guerre e se qualche nostro connazionale risponderà positivamente alla proposta ucraina di costituire delle brigate internazionali di combattenti, sarà perseguito penalmente. Anche le dure sanzioni comminate alla Russia sono state adottate sulla base di precisi vincoli giuridici. Ha fatto molto scalpore la decisione di sequestrare, in via cautelativa, i beni degli oligarchi russi. Non sono stati colpiti tutti i ricchi russi che hanno interessi economici in Europa. L’elenco degli oligarchi da sottoporre a queste misure è fatto solo da coloro che si sono impossessati, arricchendosi illecitamente, di beni statali sottratti al popolo russo, ottenuti grazie alle relazioni con Putin, con il suo cerchio più ristretto, fatto soprattutto da ex agenti del KGB. Le false privatizzazioni e l’appropriazione delle aziende di Stato, sono la fonte delle immani ricchezze accumulate da circa cento/centocinquanta famiglie russe. Per la prima volta nella storia dell’Unione si prende atto che la complicità di talune piazze finanziarie europee, tra queste svetta la City londinese, ha dato fiato e potere internazionale ad un pugno di uomini che hanno rapinato una nazione.
Affinché la diplomazia possa riaccendere le speranze di un popolo e di un mondo che aspira ad una pace duratura, servono azioni politiche e istituzionali ben ponderate e molto responsabili.

Cosa sta facendo l’ONU? Ha effettivi poteri di intervento in questa situazione?

La risoluzione dell’Assemblea plenaria dell’ONU contro l’invasione dell’Ucraina è stata approvata da una maggioranza che non ha precedenti. Tra i Paesi astenuti ci sono però i due giganti dell’Asia: la Cina e l’India. Nel frattempo, gli organismi dell’ONU che sono sul campo hanno raccolto le testimonianze e le immagini che confermano la violazione dei diritti dei civili nei teatri di guerra. Questi documenti sono stati messi a disposizione della Corte Penale dell’Aja da 39 Paesi, compresa l’Italia, e il Procuratore generale Khan ha dichiarato che ci sono gli elementi per aprire una indagine su presunti crimini di guerra russi in Ucraina.
Nel corso della manifestazione per la pace che si è svolta a Roma, si è invocato da più parti un intervento dell’ONU in Ucraina. Immagino che i fautori di questa tesi ipotizzino l’uso delle forze di interposizione dell’ONU o una funzione negoziale diretta dell’ONU stessa. Però non hanno spiegato come sia realizzabile questo obiettivo perché la Russia ha diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza e, ovviamente, impedirebbe qualunque ruolo attivo delle Nazioni Unite.
Così come, di fronte ad una spietata aggressione, indifferente ai principi di umanità più elementari, non è sostenibile una logica di “neutralismo attivo”, una evidente contraddizione in termini, che rischia di mettere in discussione lo stesso diritto alla resistenza del popolo ucraino.

C’è la possibilità di una via d’uscita da questa crisi? Una soluzione che faccia tacere le armi e non sia basata soltanto sugli esiti militari del conflitto in atto?

Fino ad ora i contatti intessuti separatamente con Putin da Macron, dal premier israeliano Bennett e dal Presidente turco Erdogan non hanno sortito risultati apprezzabili. Putin ha ribadito che i punti essenziali, non negoziabili, sono la neutralità dell’Ucraina, il riconoscimento internazionale della Crimea come parte integrante della Federazione russa e l’autonomia delle autoproclamate repubbliche del Donbass. In realtà, Putin sta usando le armi sul terreno per conquistare tutto il Sud dell’Ucraina, per stabilire una situazione da “fatto compiuto”. Quei territori rappresentano il collegamento terrestre con la Russia, che unirebbe la Crimea e il Donbass. Putin ritiene che l’occupazione di tutta quell’area gli permetta una posizione di forza nella trattativa. Questa presunzione avrebbe qualche fondamento se il tavolo negoziale fosse esclusivamente dominato dall’impari confronto tra l’Ucraina e la Russia. Ma altri possibili negoziatori e mediatori sono comparsi sulla scena. Oltre a Macron a nome dei Paesi Europei, la discesa in campo di Bennet, Erdogan, del Primo Ministro indiano e, soprattutto, le dichiarazioni di disponibilità a negoziare la pace, espresse dal Presidente e dal Ministro degli Esteri cinesi cambiano la prospettiva e aprono un flebile spiraglio che consenta di abbandonare la propaganda di guerra a favore dell’individuazione di soluzioni e di compromessi di pace.
Gli analisti che da tempo studiano il sistema politico-economico capeggiato da Putin si interrogano sui tempi ragionevoli di resistenza della Russia rispetto all’isolamento pressoché totale in cui è stata relegata, e fino a che punto il regime si possa spingere sul fronte della repressione del dissenso interno, minoritario ma certo molto presente e significativo.
Non ci sono risposte chiare a questi interrogativi. Però tutti concordano sul fatto che Putin dovrà compiere una mossa per risolvere il “problema dell’invasione”, anche perché su quella decisione qualche divergenza si è aperta all’interno del suo sistema di potere e qualche errore pare evidente, nella condotta dell’invasione. A partire dalla sottovalutazione dello spirito di resistenza del popolo ucraino. Ma, ci avvertono gli studiosi e i diplomatici di lungo corso, le condizioni per ottenere delle basi di dialogo proficuo e di compromessi possibili dipendono dall’atteggiamento dei negoziatori e della comunità internazionale, nei confronti di Putin e della Russia, che pur nella ferma condanna, deve escludere qualsiasi volontà di umiliazione.

La priorità assoluta è quella di salvare il maggior numero di vite umane, ma anche di vigilare sulla sicurezza delle centrali nucleari. Servono accordi e garanzie per la libera circolazione degli organismi dell’ONU che tutelano i rifugiati, dell’OMS, della Croce Rossa Internazionale e dell’organismo internazionale di vigilanza sugli insediamenti nucleari. Alle popolazioni delle città assediate dovrà essere garantito il cibo e l’acqua e sono indispensabili dei cessate il fuoco temporanei per permettere ai profughi di transitare in sicurezza nei corridoi umanitari. I bombardamenti, che sono stati effettuati in tali corridoi concordati tra le parti, sono dei crimini contro la popolazione civile. A poche ore dalla conclusione del terzo incontro di negoziazione, i russi hanno concesso un “cessate il fuoco” ma non hanno ritirato la proposta di far transitare i civili verso la Russia e la Bielorussia.

Che effetti avrà questo conflitto sull’Italia, sugli altri Paesi Europei e sull’UE?

Noi europei dobbiamo essere consapevoli che la guerra avrà degli effetti su tutto il continente, che tutti pagheremo un prezzo e che l’accoglienza di milioni di profughi non sarà una cosa semplice. Per molto tempo dovremo mantenere costante la solidarietà che stiamo dimostrando in questi giorni. Ma questa ritrovata unità d’intenti, questa ferma adesione ad una linea comune di condanna e di contrasto all’invasione russa, rappresenta un patrimonio prezioso che si sta pian piano costruendo. Alcune decisioni, prese di fronte alla crisi, in poco tempo e con grande convinzione fanno sperare sul futuro dell’Europa.
La storica decisione della Germania di finanziare l’ammodernamento del proprio esercito, assumendosi una nuova responsabilità internazionale, contribuendo in questo modo alla nascita di una forza di pronto intervento europea; la decisione di rompere la dipendenza energetica dalla Russia; l’attivazione di una politica di accoglienza dei profughi; una azione decisa e sempre più chiara sulle sanzioni da adottare, cercando di limitare e sostenere i danni per le nostre popolazioni; un nuovo e più forte senso di appartenenza, una nuova consapevolezza del ruolo geopolitico dell’Europa per garantire la pace; sono tutti segnali che inducono a sperare che, dalla tragedia in corso possa nascere una nuova consapevolezza dei popoli europei sul ruolo decisivo del nostro continente nella costruzione di un mondo più giusto, che rifiutando la guerra costruisce le condizioni di uno sviluppo comune nella pace.

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