PRIMO PIANOSANT'ILARIO COM'ERA

Quando “fare le scarpe” a qualcuno era una professione

I calzolai e gli scarpolini di Sant’Ilario e Calerno

di Giorgio Casamatti

Al tempo dei nostri nonni le scarpe, così come i vestiti, erano articoli molto costosi, anche perché venivano realizzate completamente a mano e su misura; si trattava di una spesa che, per le classi più povere, era da pianificare con molta attenzione.

Sebbene le scarpe fossero quasi un lusso che i bambini potevano di solito ottenere solo dopo i dieci anni, le botteghe dei calzolai e degli scarpolini erano molto diffuse sia in centro che nelle varie frazioni.

Come ricorda Guido Mazzali “La bottega del calzolaio era impregnata dall’odore del corame e delle tinte per colorare le scarpe che ti rimaneva in gola tutto il giorno. Ora comprendo perché i calzolai andavano spesso all’osteria per bere un bicchiere di vino”.

All’epoca infatti, più che produrre scarpe nuove, la maggior parte del lavoro era dedicata a riparare quelle vecchie che spesso erano l’unico paio a disposizione del cliente. Ed era soprattutto in questi frangenti che i calzolai eccellevano, facendo risaltare la loro maestria imparata nei lunghi anni passati a fare da garzone di bottega. Questo mestiere infatti si tramandava di generazione in generazione all’interno delle botteghe che,  in alcuni casi, costituivano  quasi delle  scuole di avviamento professionale.

Pietro Bigi in uno splendido articolo pubblicato sul Gazzettino, intitolato “La nobile arte degli scarpolini” ricorda con affetto alcuni dei principali calzolai del paese.

Giovani apprendisti di un calzolaio santilariese.
Come tutti gli scarpolini indossano il lungo grembiule che può essere considerato la loro “divisa d’ordinanza”.

“A S.Ilario i calzolai ci lasciarono dei cari ricordi come Ernesto Caleri, che insegnò il mestiere ai suoi figli, e fu il primo a esporre la vetrina in via Montecchio. Vi era Eliseo Giampietri, che insegnò il mestiere a Giovanni Violi e Medardo Cartinazzi, buono e voluminoso, che aveva la bottega sotto i portici; Giovanni Ruzzi e il padre di Fioròn erano delle case popolari; tutti questi lavoravano anche per il ceto bene.

Otello Sorboni abitava nel vicolo della chiesa, aveva sei figli, lavorava in una soffitta senza riscaldamento.

La massa contadina e proletaria si rivolgeva nelle frazioni, dove si spendeva di meno.  Al Bettolino operavano i fratelli Ragni, oltre a Nello Fanti.

Al Gazzaro imperava il clan degli scarpolini, ne fa testo il vegliardo di quei tempi: Antonio Cattellani, padre di Sivero che tra i rattoppi di scarpe e i bicchieri di vino si esibiva nel coro parrocchiale quale confratello.

Guerrino Colli, nonno del sindaco William, insegnò ai suoi tre figli a tirare di spago.

 Poi vi era Dante Cattellani che fece da maestro a Mario Tedeschi, Peppino Barigazzi, oltre al figlio Ugo: questi insegnò a Angelo Magnani e a  Bruno Tedeschi.

Il lavoro che questi artigiani eseguivano per la classe contadina veniva pagato in generi alimentari”.

Ma uno degli scarpolini santilariesi per antonomasia è stato probabilmente Otello Sorboni, spesso ricordato, come in questo articolo di Livio Spaggiari per il Gazzettino, anche per la caterva di figli che doveva mantenere col suo instancabile lavoro.

“Otello era venuto da Parma  con tutto il suo carico di speranze, di figli, di miseria, armato solo del suo panchetto da calzolaio, di buona volontà e di uno spirito acuto e mordace. Amava la lirica. Giuseppe Verdi l’aveva nel sangue, lo biascicava tutto il giorno tra spago e pece, tra un sopratacco e una tomaia.

Era dura guadagnare la pagnotta e sotto quel tetto spiovente faceva un freddo boia durante gli inverni nevosi. Dal panchetto di Otello sempre pieno di borchie, di pece, di martelli, di mozziconi di candela, di chiodi uscivano dei polacchetti lustri e morbidi, fatti a mano, su misura, ma ci voleva ben altro per sfamare la famiglia”.

A San Rocco, come ricorda Pietro Bigi, c’era la bottega di Mario Tedeschi, un altro storico calzolaio del paese. “Aveva imparato l’arte degli scarpolini da Dante Cattellani del Gazzaro. Comincia da garzone portando il sacco degli attrezzi nelle più sperdute campagne, ma il pane e il vino schietto dei contadini gli dava la vita; a volte dormiva sul posto facendo le ore piccole, ma si sentiva satollo, e questo era tutto.

Poi si mette in proprio arredando il deschetto da calzolaio, solerte con i clienti, modesto nei prezzi, educato e rispettoso con tutti”.

Corrado Altieri al lavoro. 1977
Oltre ai tradizionali strumenti del calzolaio iniziano a comparire alcuni macchinari, anche se buona perte delle operazioni vengono svolte ancora a mano.

Alcuni calzolai santilariesi, per la loro bravura, hanno ottenuto importanti successi e riconoscimenti anche al di fuori dei confini comunali. A questo proposito va ricordata la vicenda di Dante Greci, meglio conosciuto col soprannome di Caliba. Come molti giovani calzolai aveva iniziato come garzone, prima da Cibàc al Bettolino, poi nella bottega di Sivero Cattellani che, come vedremo il mese prossimo, fu uno tra i primi ad affiancare la produzione e la vendita di scarpe. Per questo aveva bisogno di mandopera e nel suo laboratorio erano presenti numerosi garzoni che imparavano l’arte dello scarpolino lavorando anche quindici ore al giorno. Caliba si dimostrò da subito un ottimo allievo che, dopo il duro apprendistato, decide di metter su un’attività in proprio, come ricorda Pietro Bigi sul Gazzettino.

Caliba col suo temperamento entusiasta, tipo anarcoide, nel 1927 insieme a Medardo Cartinazzi, andarono a lavorare per il re della scarpa milanese: “Fontanella”, che riforniva il negozio centrale del commendatore Raffaele Quintè dove la noblesse milanese vi attingeva, come i Torlonia, i Visconti, gli Sforza, ecc.

Tempo trascorrendo Caliba viene preso dalla nostalgia del Bettolino e ritorna in famiglia. Sivero Cattellani lo assume e lo definisce uno specialista della calzatura.

Finalmente si mette in proprio e conquista il ceto bene santilariese soprattutto quello femminile. Poteva approfittare nel prezzo, ma a lui basta la gloria nel mestiere.

Rolando Bertani: l’ultimo calzolaio di Calerno. 1990

Un episodio che dà lustro alla loro bravura professionale si manifesta alla fine della guerra, quando la contessa Sforza di Milano, sorella del Ministro degli Esteri Carlo Sforza, viene a S.Ilario e chiede per piacere a Cartinazzi se può fargli un paio di scarpe non badando a spese”.

Anche a Calerno erano attivi alcuni calzolai a cui si rivolgevano anche i contadini che abitavano nelle case coloniche sparse attorno al centro abitato. Tra questi ricordiamo Rolando Bertani che aveva una bottega in centro a Calerno, oggi demolita per fare spazio a nuove costruzioni, e Corrado Altieri che aveva realizzato il laboratorio da scapolino all’interno della sua abitazione situata in via Allegri.

Troverete questo ed altri racconti nel volume “Sant’Ilario com’era: Il lavoro, le botteghe e le industrie storiche” disponibile presso la Tabaccheria di Boni Giovanni di Via Val d’Enza 12 a S.Ilario).

 

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