POLITICAPRIMO PIANO

Una pace giusta per l’Ucraina

L'Europa deve essere protagonista attiva nella ricerca di una soluzione al conflitto. Mobilitiamo l'opinione pubblica per una pace stabile e duratura.

(di Giordano Colli, Marcello Moretti, Cecilia Bosio, Eva Coïsson, William Colli, Guido Roncada, Valter Magliani)

Un anno fa i carri armati russi varcavano il confine ucraino e quella che sembrava un’operazione limitata a territori di frontiera (come peraltro già avvenuto in Georgia e Moldavia) si è subito trasformata nell’invasione su larga scala di uno Stato indipendente e sovrano, un conflitto sanguinoso che non ha risparmiato città e civili. Un fatto epocale che giustamente preoccupa e angoscia il mondo.

Ci siamo sempre battuti contro guerre sbagliate e strumentali (vedi Iraq) e abbiamo sempre detto che non si esporta la democrazia intervenendo militarmente in paesi sovrani (a prescindere dal fatto che i loro regimi fossero più o meno democratici). A maggior ragione non possiamo accettare che si esportino militarmente regimi autoritari, come quello di Putin. Coerentemente quindi occorre mobilitarsi per sostenere quei paesi sovrani che vedono invaso il proprio territorio da potenze straniere, tanto più se ciò avviene non con operazioni militari mirate in zone contese di confine, ma puntando ad occupare l’intero loro territorio, penetrando fino al cuore della capitale e bombardando obiettivi civili.

La biografia dei popoli e dei territori non può essere reinterpretata strumentalmente come fa Putin, il quale afferma in sostanza che lo Stato ucraino nella storia non esiste, con il dichiarato intento di far scomparire di fatto quello Stato, azzerando una sovranità territoriale ormai consolidata (universalmente riconosciuta da tutti i Paesi e dall’ONU) e ritirandosi dai trattati internazionali che la stessa Unione Sovietica ha sempre onorato. Senza contare inoltre che l’Ucraina brutalmente invasa, è di fianco al cuore geografico dell’Europa, e aspira legittimamente (ed auspicabilmente!) ad arrivare a far parte dell’Unione Europea, con i tempi e le modalità necessarie previste dai trattati, come è successo per tutti gli altri Paesi. I fatti – e la storia – dicono che una UE più ampia, che allarga i suoi confini, è una maggior garanzia di pace e democrazia per l’Europa e per la geopolitica mondiale: questione che non ha nulla a che vedere con le polemiche e le opposte opinioni riguardanti l’allargamento della Nato (quello sì pericoloso, non auspicabile e inopportuno, per quanto riguarda l’Ucraina, ancorché legittimo). Più Paesi abbracciano l’Europa democratica e i suoi valori, più pace, stabilità e diritti ci sono per loro e i loro popoli, e per l’Europa stessa. Se ad esempio oggi l’Ungheria non fosse membro dell’UE sarebbe una scheggia politicamente impazzita fra i Balcani, l’Ucraina e la Russia, un elemento di pericolosa instabilità conficcato nelle costole di un continente che dopo due guerre mondiali ha costruito una struttura economica e politica sovranazionale il cui primo obiettivo era ed è la convivenza pacifica fra i popoli europei.

Chi, come noi, non si rassegna alla logica della guerra, deve prioritariamente scongiurare il trionfo della volontà di prevaricazione perseguito dal regime russo, sia attraverso il contenimento militare sia attraverso un forte e crescente impegno della diplomazia alla ricerca di un consenso internazionale per una pace giusta. Senza dimenticare l’importanza della prosecuzione della mobilitazione umanitaria, anche sul campo, essenziale per il sostegno a un popolo martoriato.

Una pace giusta vuol dire una pace stabile, in cui nessuno dei contendenti sia umiliato al tavolo delle trattative, altrimenti il giorno dopo si creano le premesse per nuove tensioni e nuovi conflitti, come tante volte è accaduto nella storia, e continueremmo a pagare anche il prezzo economico di questa incertezza.

Una pace giusta vuol dire un’Europa protagonista, che individua e persegue obiettivi nel suo primario interesse e sulla base dei suoi valori, senza concedere nulla al serpeggiante nazionalismo che pure la attraversa, e senza concedere nulla alle posizioni più oltranziste di quei Paesi che vorrebbero prendersi una rivincita su un vicino storicamente ingombrante come la Russia, che invece (a prescindere dal regime che la guida) non dobbiamo mai stancarci di considerare un Paese pienamente europeo per storia e cultura.

Una pace stabile significa non consentire a nessun Paese, a maggior ragione in Europa, di tornare a logiche novecentesche nelle quali l’uso della forza e l’invasione militare erano strumenti per conquistare territori sovrani altrui e Stati indipendenti, per annettere intere regioni, per sottomettere popoli. Sono queste logiche che hanno portato a due guerre mondiali; sono questi i limiti invalicabili che la comunità internazionale e i suoi organismi sovranazionali, a partire dall’ONU e dall’UE, hanno posto a fondamento della convivenza fra Stati sovrani.

Non ci sfugge l’importanza del tema, divisivo e dibattuto, relativo all’invio di attrezzature militari all’Ucraina. Se i Paesi occidentali danno armi all’Ucraina per difendersi efficacemente dall’aggressione, la pace si avvicina o si allontana? Crediamo dipenda anche in questo caso da quale pace cerchiamo, se non vogliamo confondere la pace con la sostanziale resa degli ucraini. Non dare aiuto (anche militare) all’Ucraina, porterebbe alla sua capitolazione: una soluzione del conflitto ingiusta e insensata non solo per quel popolo, ma per la sicurezza dell’intera Europa e la credibilità della comunità internazionale e dei suoi principi fondanti.
Non ci sfugge nemmeno la pressante necessità di arrivare ad una tregua: ma deve essere chiaro, citando le efficaci parole di Gianni Cuperlo, che “se si ferma la Russia finisce la guerra, se si ferma l’Ucraina finisce l’Ucraina”.
Allora anche la sospensione delle forniture militari da parte dell’occidente, se vogliamo fare tutto il possibile per far tacere le armi senza abbandonare l’Ucraina, può e deve entrare nei tavoli delle trattative, intanto per giungere ad una tregua da sempre auspicata ma che l’invasore (a cui tocca l’onere del primo passo) ha sempre rifiutato. Può essere la proposta concreta che innesca la via diplomatica per arrivare in tempi brevi a fermare le azioni di guerra, avviando finalmente la ricerca di soluzioni pacifiche e durature al conflitto. La diffusa preoccupazione e la mobilitazione dell’opinione pubblica devono trovare un punto di caduta chiaro, coerente e perseguibile dai Governi che, a partire da quello russo, possono così testimoniare di lavorare per il superamento del conflitto, per la ricerca di una pace duratura e di una stabile convivenza pacifica fra il mondo occidentale, l’Europa e la Russia.

Mostra di più

Articoli Correlati