PRIMO PIANOSANT'ILARIO COM'ERA

Quando a S.Ilario fumavano le ciminiere

(di Giorgio Casamatti)

Fino a quasi un secolo fa lo “skyline” di S.Ilario era praticamente irriconoscibile da quello dei territori limitrofi: prima che, a inizio novecento, il nuovo campanile della chiesa sostituisse quello vecchio, molto più basso e tozzo; prima che venissero costruiti l’acquedotto e il grattacielo, non c’erano strutture architettoniche particolari che segnalassero il nostro paese.
Fu solo grazie alla prima “rivoluzione industriale” che a S.Ilario iniziò la costruzione di edifici alti e maestosi visibili anche da molti chilometri di distanza. Inizialmente fu il tempo delle mastodontiche ciminiere collegate alle fornaci per la produzione di laterizi, già in attività nei primi anni del ‘900. La scelta di S.Ilario come sede di questi stabilimenti fu determinata dalla notevole presenza di argilla nel territorio circostante che minimizzava i tempi di trasporto dalla cava alla fornace. La loro costruzione richiedeva grandi investimenti economici; si trattava infatti di un’opera colossale anche dal punto di vista tecnico e operativo, soprattutto considerando i mezzi e le risorse disponibili nei primi decenni del ‘900. Le ciminiere erano altissime torri di mattoni refrattari che venivano costruite in loco, completamente a mano, da abili muratori specializzati.
La prima ciminiera è documentata attorno al 1866 ed è dotata di due fornaci (una per la cottura dei mattoni e di altri laterizi, l’altra per la produzione di calce e gesso); era situata nella zona del paese che poi ha assunto la denominazione “Fornace” dove, nel giro di alcuni decenni, ne sorgeranno altre più grandi e importanti.

La fornace Pellacini nei primi anni del ‘900.

Poco meno di dieci anni dopo viene inaugurata anche la fornace della Famiglia Pellacini i cui componenti vengono immortalati davanti allo stabilimento in alcune splendide fotografie.

La fornace Pellacini nel 1910 circa. La famiglia del meccanico della fornace, Licinio Landini, assieme alla moglie Argentina e alle figlie. Dietro di loro, l’imponente edificio sovrastato dalla ciminiera.

Nei primi anni ’10 del novecento ne venne aperta un’altra, inizialmente di proprietà della famiglia Zunini, che la gestisce fino allo scoppio della seconda guerra mondiale per poi cederla ai Corradi-Medioli di Parma. Questi due impianti rimasero in funzione fino alla seconda metà degli anni ’60; successivamente l’intera zona è stata interessata da una serie di interventi di riqualificazione urbana che l’hanno trasformata in un nuovo quartiere del paese.
La fornace Zunini fu anche “investita” da uno dei più disastrosi eventi metereologici registrati nel nostro Comune: la distruttiva tromba d’aria del 1914. Questo evento ci viene raccontato da Pietro Bigi sulle pagine del Gazzettino attingendo dai ricordi e dalle testimonianze raccolte tra i cittadini che vi hanno assistito.
“Si creò un turbine che, aumentando di intensità, si trasformò in tornado investendo la tenuta Spalletti, sradicando alberi, prosciugando fossati, assorbendo carri di fieno, scoperchiando case. Si infilò lungo lo Sgaviglio colpendo il caminone della Fornace Zunini e tranciandolo a metà. L’urto con la fornace fu inevitabile, prima furono sradicate alcune querce secolari e poi fu scoperchiato il tetto, il caminone venne tranciato a metà e tutto questo materiale roteava nello spazio. Sradicò anche diverse piante gigantesche nel parco Valcavi e distrusse quel pozzo a vento costruito in ferro”.

Le macerie della fornace Zunini dopo il tornado del maggio 1914.

La produzione dei laterizi riprenderà tuttavia negli anni successivi, come testimoniato dalle ricerche svolte da Lina Violi, che riportano come questo tipo di imprese, che occupavano centinaia di operai, fossero estremamente redditizie.

“La Fornace Zunini negli anni ’20 e ’30 aveva goduto di un periodo di prosperità producendo, oltre ai tradizionali mattoni modellati a mano, anche diversi tipi di laterizi modellati a macchina. Molta parte del prodotto veniva esportato attraverso la ferrovia anche all’estero, soprattutto in Svizzera”.

Successivamente, la vocazione agricola delle nostre zone spinse diversi imprenditori a dedicarsi alla trasformazione dei prodotti della terra e iniziarono così a sorgere le industrie conserviere e il burrificio, anch’esse dotate di ciminiere, sebbene di dimensioni più ridotte. Nel corso di pochi decenni se ne conteranno cinque o sei solo nel territorio comunale: per le loro dimensioni e gli alti pennacchi di fumo che proiettavano in cielo le ciminiere (o caminoni) erano diventate uno dei tratti dominanti del paesaggio urbano santilariese.
Negli anni ’10, sempre del novecento, era sicuramente già in attività l’industria conserviera di Bandini Annibale che, oltre alla produzione estiva di conserve di pomodoro, restava aperta anche il resto dell’anno per dedicarsi alla lavorazione delle carni e alla produzione di insaccati. Questa industria era affiancata da una bella palazzina in stile Liberty dove, oltre agli uffici, c’erano gli appartamenti del proprietario e del custode. Rimarrà in attività per decenni cambiando diversi proprietari, fino ad essere rilevata da Giulio Cantarelli.

Maddalena Violi e Corinna Santi davanti allo stabilimento “Europa” negli anni ’60. Fondata da Annibale Bandini, dopo anni di attività cambiò proprietario e venne ribattezzata “Europa”. Successivamente è stata rilevata da Giulio Cantarelli.

Nel decennio successivo viene anche ampliata l’attività del burrificio con la costruzione del nuovo stabilimento di proprietà di Zatti, Verderi e Chiesi. Qui, oltre alle caldaie, dotate di ciminiera per la lavorazione del latte, era stato installato anche un moderno macchinario per la produzione del ghiaccio che, oltre a servire per l’industria, veniva rivenduto ai santilariesi che, prima della diffusione dei frigoriferi elettrici, lo utilizzavano per le ghiacciaie.

Foto aerea di Sant’Ilario negli anni ’50. In fondo a via Matteotti, vicino alla stazione, si riconosce l’alta ciminiera fumante collegata alle caldaie dell’industria conserviera Bonoretti. È anche visibile l’alta palazzina Liberty con gli uffici dell’”Europa”, l’altra industria di lavorazione del pomodoro.

A ridosso della Liberazione viene innalzata l’ultima ciminiera di Sant’Ilario che campeggiava sopra i capannoni dell’industria conserviera della famiglia Bonoretti. Quest’azienda è rimasta in attività per parecchio tempo e, alcuni anni fa, quando venne abbattuto l’alto caminone è stato come perdere qualcosa di familiare, quasi un punto di riferimento per il paese.

(Troverete questo ed altri racconti nel volume a cura di Giorgio Casamatti “Sant’Ilario com’era: Il lavoro, le botteghe e le industrie storiche” disponibile presso la Tabaccheria di Boni Giovanni di Via Val d’Enza 12 a S.Ilario).

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