POLITICAPRIMO PIANO

Crisi Ucraina, una catastrofe da evitare

Oggi l’emergenza è evitare il conflitto, da domani occorrerà lavorare ad una nuova visione politica, che preveda zone di cooperazione tra le grandi potenze e di non influenza

(di Marcello Moretti)

La guerra è sempre una tragedia, ma se la crisi Ucraina dovesse trasformarsi in un conflitto, sarebbe una catastrofe di dimensioni incalcolabili, perché coinvolge direttamente le principali potenze ed i loro alleati, come non avveniva dalla crisi di Cuba (60 anni fa esatti), con tutto ciò che ne consegue in termine di azioni militari classiche (basate su aerei e carri armati), non lineari (attacchi cibernetici e chimici) oltre alla plumbea minaccia costituita dalla perdurante presenza di arsenali nucleari. La consapevolezza del rischio è diffusa, tant’è che le diplomazie di tutto il mondo hanno trattato e continuano a trattare anche nelle ultime ore, riuscendo ad evitare per adesso il precipizio, ma preoccupano l’escalation di dichiarazioni e gli scontri armati nelle zone orientali dell’Ucraina. Ad oggi non sappiamo quale sarà l’evoluzione della crisi ma credo che Il nodo strategico da sciogliere sia quello di come gestire le aree di confine tra superpotenze in uno scenario nuovo, cioè in un mondo multipolare con almeno 3 grandi attori: USA, Cina e Russia.

Nel caso ucraino, se nei decenni passati qualcuno ha pensato che la Russia, dopo la caduta del regime sovietico, potesse essere considerata una nazione debole, da tenere al guinzaglio di un occidente egemone (e portando la NATO ai suoi confini) ha sicuramente commesso un errore di valutazione, agendo con eccessiva disinvoltura. D’altro canto però la Russia non può certo pensare di costruire le sue aree di influenza con una logica ottocentesca di ferreo diretto controllo di stati satellite e tanto meno può farlo con l’Ucraina; una terra che ha sì una forte affinità culturale e religiosa con Mosca, ma proprio perché lì è nato il primo stato slavo (la Rus’ di Kiev) difficilmente può essere trattato come un territorio colonizzabile, neppure dai fratelli di Mosca. Peraltro la resistenza nazionalista al grande vicino è stata una costante ucraina che si è accentuata durante il periodo comunista il cui concreto simbolo dittatoriale, per gran parte degli ucraini, è rappresentato dal disastro di Chernobyl, gestito dai russi con opacità e stile coloniale, che ha causato 2 milioni e 246.000 vittime (di cui circa 650.000 bambini) e la contaminazione di 294 centri abitati.

Pertanto da un lato è bene ridurre subito l’attrito congelando ogni progetto di adesione alla NATO, come peraltro è stato prontamente fatto in questi giorni dallo stesso presidente ucraino Zelensky (il quale ha anche dichiarato che è stato un errore mettere nella Costituzione l’adesione alla NATO). Ma dall’altro la Russia non può far tornare indietro le lancette della storia, come se il ‘900 non fosse mai avvenuto e come se i popoli non vedessero nello stato-nazione moderno una struttura in grado di difendere il proprio nucleo identitario e la propria agibilità politica sullo scacchiere mondiale, come peraltro insegna la storia del popolo più cosmopolita e internazionalista (quello ebraico) che se ne è fatto uno subito dopo aver rischiato lo sterminio. Anzi, bisogna evitare che il nazionalismo sia alimentato dai progressivi smembramenti di territorio, come è già avvenuto per la Crimea e come si vorrebbe fare con il Donbass.

Bisogna invece provare a ragionare al contrario, puntando non tanto a definire le zone di influenza delle superpotenze, ma piuttosto a creare zone di NON influenza e di cooperazione, smilitarizzate che possono prosperare come crocevia degli scambi che peraltro già esistono, basterebbe pensare che già oggi la Russia è il terzo partner commerciale dei paesi UE (escludendo Svizzera e Gran Bretagna). Questo vale per l’Ucraina oggi come per Taiwan domani, ma a questo nuovo ordine bisogna arrivarci prima di tutto evitando che la crisi precipiti adesso.

Per l’Europa questo è un banco di prova esiziale perché deve spendere bene le sue risorse culturali e diplomatiche, coniugando dissuasione e dialogo, puntando a far passare il suo valore costitutivo di libertà, una patrimonio che se da un lato è il limite al consolidamento della sua unità politico-istituzionale, dall’altro lato, in questo momento, può rappresentare l’antidoto sia al nazionalismo più becero nel quale può scivolare l’Ucraina sia alla più ottusa cultura imperialista delle superpotenze. Una carta da giocare saldamente ancorati al sistema di alleanze occidentale, per evitare la guerra e costruire un futuro possibile.

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