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“Southern Blood” di Gregg Allman – settembre 2017

L'ultima zampata rock-blues del fondatore della Allman Brothers Band

Inauguriamo questa rubrica con uno degli album più belli e ispirati dell’anno scorso, l’ultimo sofferto disco solista di Gregg Allman. Il bluesman che ha fondato insieme al fratello Duane nel 1969 la leggendaria Allman Brothers Band ci ha purtroppo lasciato nel maggio 2017 subito dopo aver concluso le registrazioni di “Southern Blood”, il suo epitaffio in musica, pubblicato postumo dopo la sua scomparsa. Un album di rock-country-blues ispirato ed emozionante, musicalmente prodotto con grande tecnica e passione da Don Was, il mostro sacro dell’universo rock che produce da decenni, fra i tanti, i dischi dei Rolling Stones. Non c’è una nota o una canzone fuori posto nel commiato discografico di Gregg Allman: un album essenzialmente composto da cover, ad eccezione della iniziale “My only true friend”, unico pezzo autografo del disco: una superba cavalcata slow-rock che si sviluppa in un perfetto intreccio crescente di chitarre, fiati e tastiere, impastate dalla voce malinconica di Gregg che canta di strada, amore e morte. Le altre 9 tracce dell’album sono una sorprendente selezione di ciò che al vecchio Allman piaceva ascoltare: canzoni senza tempo arrangiate in modo superbo, con un gusto antico per la classica strumentazione elettro-acustica del rock-blues e del country, suonate da musicisti impeccabili con devota precisione e passione. “Once I was” dal repertorio di Tim Buckley è una lenta ballata dal profumo rurale che ti tocca l’anima, “Going going gone” di Bob Dylan varrebbe da sola il prezzo del disco: un arrangiamento rallentato e intensissimo, che sovrasta per bellezza l’originale versione di Dylan. L’album scorre via fra azzeccati pezzi blues (l’oscura “Blind bats”, la bruciante “Love like kerosene”) ed emozionanti, malinconiche slow ballad di cui ci si innamora subito, dalla evocativa “Black muddy river” alla delicata “Out of left field”. Ma il vero colpo al cuore arriva nel finale, quando Gregg reinterpreta la struggente “Song for Adam” di Jackson Browne, insieme al suo stesso autore: una ballata tremendamente bella e malinconica caratterizzata da un folto intreccio di chitarre acustiche, che parla di male di vivere e di amici perduti; ascoltate la voce di Allman che si rompe per l’emozione nel finale e non riesce a ultimare l’ultima strofa, nel momento in cui le parole evocano la vita dell’amico caduto, interrotta “come se avesse dovuto smettere di cantare nel bel mezzo della sua canzone”: Gregg, ormai gravemente malato e in lotta con il suo fisico per ultimare il disco, non regge l’emozione e si ferma, il vuoto della strofa lasciata a metà verrà riempito dalle note di una chitarra. Sarà l’ultima sua frase incisa su disco, pochi giorni prima di morire. Se riuscite a non commuovervi, siete fatti di pietra.
Giordano Colli

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