POLITICAPRIMO PIANO

La rotta da seguire per uscire dall’emergenza meglio di come ci siamo entrati

Non smarriamo la comprensione delle difficoltà e delle potenzialità dei ceti produttivi che in queste terre hanno fatto e faranno ancora la differenza

(di Maurizio Martina – deputato PD)

Dobbiamo stare attenti a non perdere il nord. Lo dico prima di tutto al mio partito che rimane uno dei pochi soggetti della politica in grado di aiutare la difficile traversata che l’Italia deve compiere dopo la pandemia, provando a lavora sull’interesse generale. Qui più che altrove il dramma del virus ha colpito al cuore le comunità, facendoci scoprire anche vulnerabilità e fragilità troppo spesso celate. Non perdere il nord significa non smarrire la comprensione delle attese, delle difficoltà e delle potenzialità dei ceti produttivi che in queste terre hanno fatto e faranno ancora la differenza. E’ prima di tutto una condizione pre-politica e poi certamente anche un nodo politico e programmatico. Contano le scelte che si compiono. Parlo del rapporto con artigiani, commercianti, imprenditori, partite Iva, professionisti. Parlo dei lavoratori autonomi che vivono e soffrono accanto a tanti lavoratori dipendenti. Non possiamo lasciare campo libero in queste terre alle follie di una destra egemonizzata dalle urla di chi predica di stampare moneta in autonomia e di chi vorrebbe incendiare il dibattito contro il nuovo meccanismo europeo di stabilità, aperto a un finanziamento di 37 miliardi di euro quasi a tasso zero per la riorganizzazione della nostra rete sanitaria. Chiedano agli imprenditori del nord se rifiuterebbero una condizione simile per le loro imprese. Non perdere il nord è fondamentale anche per il Mezzogiorno, dove non mi sfugge certo l’altro grande rischio che corriamo in termini prima di tutto sociali e di inasprimento ulteriore delle diseguaglianze. Il virus e la pandemia ci impongono di ridisegnare le funzioni dei poteri pubblici a ogni livello e di concepire un modello di sviluppo e di crescita fondato su caratteri diversi – la sostenibilità innanzitutto – e per me su un nuovo incontro essenziale tra privato e pubblico. Lo spazio è quello dell’economia civile che chiama a una sfida di corresponsabilità e progettazione condivisa. Una traduzione immediata? Entrino i lavoratori nei consigli di amministrazione delle aziende giustamente aiutate dallo Stato e in un patto condiviso, ci si impegni a non delocalizzare e a non licenziare brutalmente. E’ fondamentale avere un’agenda per questa prospettiva. Ma su quali punti? Certamente la questione fiscale da rimettere in equilibrio perché ancora totalmente sbilanciata a danno di chi lavora e intraprende e a vantaggio di chi evade e di chi ha rendite. Poi la questione burocratica, perché il cortocircuito procedurale è un dramma che rischia di affossare qualsiasi norma utile. Se non sconfiggiamo una volta per tutte “la paura della firma” non ce la faremo. Serve una svolta subito, sperimentando davvero la via delle autocertificazioni e organizzando un efficiente sistema di controlli post. Il terzo nodo è la questione istituzionale, perché non possiamo più rimanere negli anfratti di una discussione strabica tra centro e periferia dove non si capisce mai chi deve fare davvero ed emerge invece la necessità di una moderna cultura dei territori capace anche di dare identità nella globalizzazione. Il quarto fronte è la centralità del lavoro e la sua dignità, sempre, a partire da compensi e condizioni eque per donne e uomini e da un sistema di diritti davvero esigibili. Il quinto tema è il capitale umano poiché non può esserci prospettiva senza una moderna piattaforma di accesso ai saperi lungo tutto l’arco della vita e per tutti, a partire dalle giovani generazioni. Il sesto è la centralità della manifattura che non va osteggiata ma al contrario ricollocata nello scenario della massima sostenibilità, scegliendo sul serio i settori strategici green su cui puntare anche a scapito di altri con autentiche politiche industriali. Il settimo nodo è il sistema delle connessioni materiali e immateriali ovvero infrastrutture per persone, merci e dati. Ovunque però. Non solo nell’area metropolitana di Milano. Banda larga, reti, porti, aeroporti, ferrovie, strade, ponti. E il trasporto pubblico che ha subito in due mesi uno shock destinato a cambiarlo in profondità. Ci sono 150 miliardi di fondi pubblici già a bilancio per lavorare su queste partite e vanno spesi, bene e tutti, oggi. L’ottavo tema decisivo è la questione demografica e il ripensamento radicale delle protezioni sociali. Perché serve più welfare, non meno. Io vedo che negli sforzi del Governo di queste ore ci sono anche i segnali giusti lungo questa rotta. Il taglio delle Irap per le imprese aiuta a lasciare risorse alle aziende. Investire come mai fatto prima per sostenere le riqualificazioni edilizie in chiave di efficienza energetica anche. Attivare risorse a fondo perduto per artigiani e commercianti e allargare il sostegno per questi mesi a tutto il lavoro autonomo, è una cosa giusta mai fatta. Molti di noi sono stati abituati a vivere i dividendi positivi della globalizzazione. Oggi, più che nel recente passato, dobbiamo invece fare i conti con i suoi dividendi negativi. E questo è un motivo in più per cercare di essere utili al Paese che deve poter avere una classe dirigente all’altezza del proprio futuro.

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