PRIMO PIANOSOCIETÀ

Se ti amo sei “cosa mia”

Il coronavirus ha messo ancora più in evidenza un’emergenza violenza contro le donne.

di Claudia Belli

Entrare in una fase di emergenza come quella che stiamo vivendo, è stato importante per avere la consapevolezza della nostra capacità di contenere quella sofferenza, per capire quanto del nostro io rimane attento alle priorità e non cede, invece, alla disperazione, al menefreghismo, alla intolleranza. L’emergenza Covid-19 ci ha messo di fronte ad uno specchio, ha allertato il nostro senso di protezione, ha accentuato il nostro potere di giudizio verso un qualcosa di totalmente invisibile ma di una potenza distruttiva enorme. C’è chi ha aumentato la propria sensibilità cercando di capire in quale modo essere utile ad una società in lotta contro il virus, mettendo a disposizione se stesso e, in alcuni casi, la propria vita, pur di dimostrare il senso di appartenenza, di solidarietà, di grande responsabilità che occorrono in determinati casi come questo. Di contro, c’è, invece, chi non è migliorato in nulla e, se possibile, è anche peggiorato.

Il Covid- 19 non ha fermato la violenza domestica. L’ emergenza Covid-19 non è stata e non è solo un’emergenza sanitaria di grande peso ma è anche un’ emergenza contro un nemico ben più tangibile che non è invisibile, è sotto gli occhi di tutti, eppure continua, nella maggior parte dei casi, a rimanere impunito per via di una inspiegabile omertà oppure di un’ assurda indifferenza: la violenza domestica nelle sue varie forme e atrocità, non l’ha fermata neppure il Covid-19. Neppure questo potente virus ha potuto nulla contro un nemico ancora più forte: il femminicidio e la violenza sessuale. Uno degli ultimi casi, quello dell’infermiera napoletana, impegnata in una struttura Covid, che tornando a casa, è stata aggredita sessualmente. Fatto atroce che, se possibile, reso ancora più grave dalla donna che passava da lì, passava nel momento in cui stava per consumarsi una violenza, una donna veniva colpita e nulla ha fatto, nulla ha potuto contro quel miserabile, atavico, senso di omertà che risulta essere, ai giorni nostri, ridicolo e vuoto quanto mai. Solo l’arrivo del tram ha evitato una tragedia. Una delle tante donne aggredite e altre 11 uccise in periodo di quarantena, le mura di casa che avrebbero dovuto proteggere, accudire, curare, sono diventate un carcere, un luogo paradossalmente protetto, in cui agire ancor di più indisturbati e perpetrare ai danni di madri, mogli e figli, le violenze più inaudite. Badate bene: gli esempi portano all’emulazione e non sono più solo i mariti ad uccidere le proprie mogli o compagne ma anche i figli ad avventarsi contro le proprie madri con violenze indicibili. In poche parole, in periodo di quarantena, le case delle donne che subiscono violenza, si trasformano in carceri e poi in sepolcri. Si chiede di denunciare, si chiede di aspettare, di avere pazienza, si afferma di tutelare le donne, si fanno leggi ma si continua ad ammazzare. Una donna che denuncia, anche più volte, con coraggio, le violenze che subisce, viene spesso lasciata sola e non solo in periodo di quarantena. Le associazioni che anche durante questo tragico periodo Covid si sono sempre spese per la difesa delle donne, non sempre hanno potuto fermare la mano di uomini violenti. In molti casi la donna non aveva a disposizione neanche un mezzo per poter comunicare con il mondo esterno o avvisare le autorità, in altri l’ha fatto ma ugualmente ha perso la vita. Se da un lato l’emergenza può aiutarci a capire quanto sia importante avere i mezzi per curarci, dall’altro deve per forza attirare l’attenzione su dettagli che fanno la differenza: l’inutilità di certe norme e restrizioni, le conseguenze di alcune leggi che potrebbero essere efficaci ma che nel momento in cui si attuano, non producono gli effetti desiderati o, almeno non li producono nella maggior parte dei casi. Non di rado le norme restrittive e di inibizione di frequentazione dei luoghi in cui vivono le vittime di violenza, le intimazioni a non avvicinarsi più ai soggetti che denunciano, sono inefficaci e un uomo denunciato per violenza, diventa un assassino. Una strage degli innocenti che vede ancora una volta vittime le donne, un urlo straziante che deve scuotere le coscienze!

La rete delle associazioni che aiutano le donne. In Italia, più di 80 le associazioni che si occupano delle donne che subiscono violenza, una rete di solidarietà intessuta attorno a vittime che non hanno età ed estrazione sociale. Ma di cosa parliamo quando parliamo di violenza contro le donne? Parliamo di emergenza sociale, di immigrazione, di malattie, della relazione tra i generi, di diritti delle donne, della disparità nel concetto di libertà, di desideri ecc…le donne che con coraggio e determinazione si rivolgono alle associazioni, vengono ascoltate e aiutate ad uscire dal ruolo di vittima che l’uomo violento aveva ritagliato per lei; vengono aiutate a rientrare nel ruolo di donna, madre, lavoratrice, vengono indirizzate verso il loro IO che era stato annullato in favore di una supremazia di genere sempre più frequente, o almeno questa è la sensazione comune. Io non ci credo, credo sia doveroso ricordare che la violenza di genere sia sempre, costantemente esistita, ha solo cambiato faccia, ha affinato i suoi istinti e si nasconde meravigliosamente bene nella moderna società. Il GREVIO, Gruppo di esperte sulla violenza contro le donne, organismo indipendente del Consiglio d’Europa, ha avviato nel 2018 la procedura di monitoraggio dell’applicazione della Convenzione di Istanbul sulla violenza di genere, a 5 anni dalla sua ratifica da parte dell’Italia. Insieme al governo, la società civile ha la possibilità di sottoporre al GREVIO un suo rapporto, il cosiddetto Rapporto ombra. La procedura comprende visite di monitoraggio nel paese, incontri con le istituzioni e le organizzazioni della società civile, e si completa con la pubblicazione del Rapporto del GREVIO sull’Italia. D.i.Re, Donne in rete contro la violenza, è stata l’associazione di riferimento in Italia per la redazione del “Rapporto ombra” per il GREVIO. Per far conoscere i contenuti del Rapporto del GREVIO sull’Italia, D.i.Re ha lanciato a marzo 2020 la campagna “Violenza sulle donne. In che Stato siamo”, che ne approfondirà 12 aree tematiche nell’arco di un anno, con l’obiettivo di stimolare le istituzioni ad attuare le raccomandazioni delle esperte del Consiglio d’Europa.

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